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13|08|2003

Vico dei Pède o dei Fenòi

Lodovico Facchini

Vico dei Pède o dei Fenòi

(testo tratto dal sito del Circolo Culturale Ghislandi)

 

prefazione (di Giorgio Sbaraini)

Per la collana “Il tempo e la memoria”, curata da Mimmo Franzinelli e da Tullio Clementi, esce una pubblicazione dal titolo “Vico dei Pède o dei Fenòi”, la quarta di una serie di biografie e di autobiografie di gente della Valcamonica dal comune denominatore, gente della sinistra, personaggi mai assurti a livello di notorietà ufficiale e tuttavia di impegno forte e di esemplare coerenza.

“Vico dei Pède o dei Fenòi” è Lodovico Facchini, che racconta - dopo un avvio brevissimo in terza persona - con bravura, precisione e con un modo colorito di esprimersi la sua storia, “un po’ della mia vita”, la parte essenziale.

É una storia, quella di Vico, che sta in quel filone di scrittura popolare, sviluppatosi rigogliosamente - come ricorda Mimmo Franzinelli - in questi ultimi anni.

Toccò proprio a me, e quasi per caso, di raccogliere anni fa la bellissima e suggestiva testimonianza di un camuno di Alta Valle, il Duilio Faustinelli di Pezzo. Stavo facendo per conto della Regione Lombardia una ricerca sul campo, riguardante la guerra 1915-1918, quando un amico mi portò su a intervistare il Duilio.

Quel vecchio ormai ottantenne dagli occhi chiari del dinaro-celta cominciò a raccontare la sua esperienza di soldato, ed era un piacere starlo ad ascoltare, perché aveva una capacità di narrazione da muovere a invidia. Dopo le vicende belliche, passò a descrivermi con pari suggestività la sua lunga vicenda di pastore.

Avevo messo insieme alcuni nastri di registrazione quando il Duilio, sorridendo con aria furba e un po’ sfottente, mi disse che lui tutte quelle storie le aveva già scritte di sua mano e tirò fuori dal cassetto tre grossi quaderni come usavano un tempo, quelli con la copertina nera e il bordo rosso. Di fatti, lì c’era tutto, più alcuni brani legati ad alcune vicende più recenti, che però non possedevano la forza espressiva delle altre, che avevano costituito il fulcro della sua vita: questi ultimi scritti, insomma, subentravano quasi d’accatto, un’esercitazione poco sentita.

Al contrario di altri che intervistai, ben lontani dalla sua bravura nel narrare ma infinitamente più consapevoli di quale inumana carneficina fosse stata quella guerra, che alcuni avevano collocato in una corretta dimensione storico-politica, Duilio se n’era invece restato chiuso in una logica nettamente individualistica, senza altri approdi.

Dai diari del Duilio, il Circolo culturale Ghislandi ricavò “La cattastrofe”: fu, in ordine di tempo, la sua terza pubblicazione, dopo un’antologia di scritti e discorsi del vecchio leader socialista camuno e dopo “Valcamonica 1954”: ricostruzione e politica dei comunisti”, per arrivare con “Vico dei Pède o dei Fenòi” a quota 16: un impegno non trascurabile e di certo meritorio, accostando tasselli significativi per ricavarne, in un mosaico composito che già lascia indovinare una sua trama, un pezzo di storia valligiana, sarei tentato di dire “una storia dei senza storia”. Cittadini in carne ed ossa delle classi da sempre subalterne, che a questo avventurato paese hanno dovuto pagare un pesante tributo di sangue per essere, quando lo sono, ricordati con un nome e una lapide o su uno dei troppi monumenti alla memoria.

Procede su questa linea la vicenda di Pietro Brescianini “Partigiano per istinto, comunista per scelta”, e poi “Una vita operaia” di Ernesto Martini e l’autobiografia di Ignazio Tecchi, che ha saputo scavare negli archivi della memoria con straordinaria lucidità, per raccontare un’esistenza dolente fin dalla nascita e densa di avvenimenti, di riflessioni, di scelte controverse, lui “semi-ateo” per autodefinizione che, educato in un certo modo, manterrà in cuore una sua religiosità laica, però aderendo all’ideologia comunista su una spinta di giustizia sociale.

Seppur narrata con accenti che non rifiutano guizzi di ironia e di humor, la storia di Vico dei Pède o dei Fenòi - a seconda del riferimento all’ascendenza, materna o paterna: nei nostri paesi hanno sempre contato di più gli scötöm dei nomi veri e propri - apre uno spaccato assai interessante su un arco di storia minuta e familiare che si va a incrociare con la storia ufficiale.

La prima parte del racconto è di tipo strettamente familiare, e gravita attorno agli anni Trenta: da una parte i Pède, con il nonno sensale, che muore all’ospedale di Brescia quando, ormai andato di testa, gli tolgono il vino, con la seconda moglie e una figlia maestra e un bel gruzzolo con il quale gli eredi costruiscono una cascina; dall’altra i Fenòi, poveri in canna al punto da non potersi permettere una carriola e così religiosi che Giuanì, l’altro nonno, credeva che “dopo morti si andava in paradiso a mangiare i biscotti con gli angeli e i santi”.

Poi c’è il padre, emigrante stagionale già con l’etichetta di sovversivo che gli fa perdere il posto di mineur, la madre sfibrata dal lavoro nei campi e dalle gravidanze, e poi squarci della vita dei gnari di allora, a suo modo picaresca nelle mattane e negli scherzi, che quelli della mia generazione conoscono benissimo per averli fatti tali  quali, e con le identiche conseguenze.

A 14 anni non ancora compiuti, Vico - come usava allora - va a lavorare sotto padrone, dapprima magütt, portare secchi e scavare la sabbia, poi apprendista fabbro di miniera, poi ancora meccanico. E il mare visto per la prima volta all’imbarco di Civitavecchia, per andare in Sardegna, in cantiere, vita grama e pidocchi, quasi un morto ogni giorno, la malaria a succhiargli la vita...

C’è la guerra, quando la classe 1925 viene chiamata alle armi. Cade il fascismo, incombe il pericolo di finire in Germania, Vico diserta e torna in valle, da sbandato su per quei bricchi dove aveva giocato e fatto il fieno da bambino, con il nome “scritto” in caserma come ricercato...

Non starò a raccontare altro: l’invito è a leggerlo, questo agile volumetto, che prende - a me è capitato così - e non lascia spazio alla noia: è la storia di una vita tribolata, di lavoro e ancora lavoro, buono tutto pur di campare, che insieme a una morale (“gli uomini sono diventati peggio delle bestie e hanno cominciato a uccidersi tra di loro cominciando dai religiosi di tutte le fedi: crociate, sacerdoti, ecc...”) regala l’ultimo sberleffo all’agnostico: “Non pensate di rivedermi dopo morti, nè con l’anima nè con lo spirito: polvere est, polvere diventeris...”

Firmato: Lodovico Facchini, detto “Vico dei Pède o dei Fenòi”.

 

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