Di solito fuggo gli articoli che trattano delle incisioni rupestri della Valle Camonica: detesto infatti le collezioni di date e numeri, false già il giorno successivo alla pubblicazione, piene di partiti presi e di certezze fatue.
Al contrario questo pezzo di Gabriella Motta restituisce al patrimonio rupestre dell’area media della Valle una dignità aperta ed esplorativa. Intendiamoci, alcuni dati non mancano, ma l’invito qui fatto al lettore è quello di guardare a questi documenti con un po’ meno cervello (che sovente in alcuni archeologi farnetica, pardon, fantastica, anche troppo) e un po’ più di spirito d’avventura. Promette bene sin dall’inizio: una visita di prima mattina, fuori dagli orari canonici, lontani dai percorsi obbligati, dai ritmi ossessivi dei grilli parlanti che su queste rocce chiamano guide. Prosegue ancora meglio, con uno sguardo al locale teso a coglierne il respiro universale, con riferimenti che spaziano dall’Europa, all’Australia, all’Asia. Ed ancora stimoli a uscire dallo stereotipo del take away di Naquane per estendere l’esplorazione verso Bedolina, l’area dei massi di Cemmo, Seradina, Foppe di Nadro, Campanine di Cimbergo, Paspardo, Sellero. Un viaggio fra i pitoti culturalmente, emotivamente e linguisticamente corretto, con la Valleriana che mantiene tutte le “elle” che merita. Peccato solo che per gli antichi abitatori della Valle si sia preferito il moderno (e ambiguo) Camuni a quel “Camunni” di sapore romano che vorremmo tanto leggere più spesso.